Nel gennaio 2008 ho recensito Le Benevole di Jonathan Littell. Libro controverso e discusso ma da leggere.
Sintesi della presentazione di IBIS:
La voce che ascoltiamo in questo romanzo è quella del direttore di una fabbrica di merletti: Maximilian Aue. Sposato, ha due figli gemelli, vive nel nord della Francia. Intitolati con i nomi dei vari balli, Toccata, Sarabanda, Minuetto, proprio come in una danza macabra e cinica, i capitoli del libro seguono la cronologia dei ricordi di Max Aue, facendoci addentrare nel fuoco della Seconda guerra mondiale.
Di madre francese e padre alsaziano, Aue è un ufficiale delle SS. Laureato in giurisprudenza, prima della guerra lavorava come archivista per il servizio di sicurezza della polizia del Führer, ma con l’apertura del fronte sovietico viene destinato a incarichi operativi, prima per redigere rapporti per i vertici del Reich e poi per collaborare all’organizzazione dello sterminio ebreo. Alla fine della guerra Aue riuscirà ad abbandonare Berlino distrutta e a raggiungere la Francia, dove, grazie alla conoscenza della lingua e alla doppia cittadinanza, inizierà una nuova vita.
L’epilogo della vicenda, l’impunità di questo gerarca che riesce a farla franca nonostante le atrocità commesse, ispira il titolo del romanzo: Le Benevole (in lingua originale Les Bienvieillants). Sono le mitiche Eumenidi, cantate da Eschilo nell’Orestea, che si contrappongono alle Erinni (le divinità della vendetta) e proteggono Oreste dalla furia degli dei nonostante il matricidio di Clitennestra. Sono proprio le Benevole ad essere invocate alla fine del romanzo, quando Aue riesce a sfuggire alle ritorsioni naziste, ai bombardamenti alleati e anche ai giudici di Norimberga. Sono queste strane divinità, in grado di proteggere anche coloro che si sono macchiati dei crimini più efferati, a spingerci fino alla fine del romanzo senza riuscire ad odiare o a disprezzare il protagonista.
Maximilian Aue è un personaggio complesso. Omosessuale, innamorato segretamente di sua sorella gemella, odia sua madre (che una notte troverà assassinata insieme al suo compagno) e partecipa alla shoah come carnefice. L’ufficiale, durante la guerra, osserva e spiega, riporta gli episodi più raccapriccianti compiuti dai suoi colleghi e superiori nei confronti di ebrei, comunisti, zingari e omosessuali. Giudica le perversioni degli altri, ma non omette le sue. Jonathan Littell descrive un uomo banale, non la banalità del male: il male di cui ci parla è assai complesso. Questa storia è costellata da burocrati che, come ha affermato Hannah Arendt, sono convinti di eseguire solo degli ordini, ma anche da sadici che torturano le loro vittime per provare piacere. Alcuni dei carnefici possono rifiutare di eseguire gli ordini e dimostrare compassione, altri si trovano costretti a guardare scene raccapriccianti per poi vomitare nelle loro camerate, o ubriacarsi, o suicidarsi. Maximilian Aue non è un invasato, è soltanto, banalmente, un nazista razionale, un uomo che gioca la sua parte in una guerra. Un uomo, purtroppo, normale e reale. Alla fine del romanzo, scritto con una prosa ricca e scorrevole, denso di descrizioni, citazioni colte, piacevoli divagazioni psicologiche e sociologiche, non si può non pensare all’interrogativo che molti anni fa Primo Levi si pose a proposito degli ebrei martoriati nei campi di sterminio. La stessa domanda è sottesa alla conclusione di questo romanzo, “È questo un uomo?”… La risposta probabilmente è “Sì”. Maximilian Aue a Berlino si dedica alla scherma e al nuoto; assiste ai concerti diretti da Karajan e Furtwängler; ha una sterile storia sentimentale con una donna. Dopo un tentativo di fuga in Pomerania, ritorna nella capitale e vive il crepuscolo del nazismo. Un affresco epico e tragico, che fa rivivere la tragedia della seconda guerra mondiale dal punto di vista ripugnante dei carnefici.
Recensione:
Ho passato molti anni della mia vita a studiare la Shoah. Questo libro mancava. Va letto senza fermarsi. Va consigliato a persone in possesso di buona cultura e che abbiano un’immagine “alta” della Letteratura e della Storia. Ha vinto il Goncourt e lo merita. Con questo romanzo si fa piazza pulita delle banalità sul bene e sul male, sul disumano. Aue è un uomo che disprezzo, ma purtroppo fa parte del genere umano. Le Benevole presenta la Storia, con le sue storture, i drammi, le mancanze di senso. Comprendo che Littel può spaventare i perbenisti e i semplici. In periodi di ipocrita “politicamente corretto” fa bene alla nostra salute mentale. Alcuni punti sono magistrali: l’interrogatorio-colloquio col funzionario comunista prigioniero a Stalingrado, la descrizione dei dirigenti della I.G. Farben, le riflessioni su vincitori e vinti. Non si deve aver paura di questo libro se si vuole veramente affrontare la riflessione critica su nazismo, stalinismo e democrazia borghese. I giovani possono imparare più da Littell che dai manuali di storia. Si sente in modo forte l’influenza di Eschilo ma soprattutto di Platone. Chi, come me, ha passato anni a polemizzare con i revisionisti, forse non ne ha più bisogno: un ufficiale nazista, colto e razionale, descrive in modo diretto ciò che i nazisti e i “buoni cittadini” tedeschi, francesi, polacchi, ucraini, russi hanno fatto contro ebrei, omosessuali, zingari, malati gravi. Raramente ho visto affrontare in modo così elegante sul piano letterario temi storiografici complessi come la differenza tra Kultur tedesca e Civilisation francese o il rovesciamento delle alleanze nella guerra dei trent’anni del Novecento. Un libro contro gli stereotipi e dalla parte della Storia. L’orrore non è fuori di noi ma è dentro di noi e accettare questo significa compiere il primo passo verso la comprensione spinoziana del mondo.
Nicolò Scialfa
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