IL CASO – Membri del Cda e sindacalisti rispondono a Spera, l`organizzatore che ha contestato l`emarginazione riservata agli altri generi musicali
«Carlo Felice “casa” della lirica»
«Stabilita la priorità, è comunque giusto dedicare serate anche al jazz oppure al rock»
La lettera di Vincenzo Spera, storico organizzatore di spettacoli, ha fatto rumore. Provando a riassumere – esercizio non facile perchè le riflessioni sono state tante e articolate – il promoter ha lamentato il fatto che il Carlo Felice sia “ostaggio” dei soliti tre intellettuali e che, proprio per questa ragione, pur essendo nato come struttura polivalente e costruito con denaro pubblico, non dia spazio ad altre forme artistiche ma sia rimasto esclusiva dei melomani.
«Conosco e rispetto Vincenzo Spera, del quale sono amico, ma di quello che dice condivido solo il 50% – osserva Nicolò Scialfa, membro del consiglio di amministrazione del Carlo Felice -. Mi spiego meglio: è giusto che il teatro sia a disposizione anche di rappresentazioni di diverso tipo, tuttavia non si può trascurare il fatto che sia nato per essere la “casa” della musica lirica e della musica sinfonica. Tuttavia, prendendo esempio dai teatri inglesi e americani, è corretto che si apra a serate dedicate al jazz, al musical o, che so, ad un concerto di Massimo Ranieri. D’altra parte il teatro di Berlino è aperto 320 serate all’anno, ora magari non si potrà raggiungere tale cifra ma 150 serate si possono fare. In quel caso, ci sarebbe spazio per tutti. Anche perchè le persone di vera cultura lirica non hanno spocchia verso altri generi. Piuttosto non condivido l’analisi di Speri quando dice che il teatro costa 300 euro alla comunità per ogni spettatore: la lirica è patrimonio culturale dell’Italia, dunque va tutelata anche economicamente».
E ancora. «Apprezzo il contributo di Spera, ma la discussione in merito al “che fare” del Carlo Felice è successiva: oggi, piuttosto, è necessario concentrare gli sforzi per tornare alla normalità. In questo senso io mi sto impegnando per supportare il commissario straordinario. Che intendo dire con “tornare alla normalità”? Presto detto: raggiungere il pareggio di Bilancio, formare un Consiglio di amministrazione e nominare un Sovrintendente. Per fare ciò, servono soldi. Chi deve tirarli fuori? Ci sono varie possibilità: il Governo, la Regione, gli sponsor, oppure tutti questi soggetti insieme. Ricordo che la Regione Sicilia stanzia per il teatro di Palermo 12 milioni di euro e che la Regione Sardegna ne tira fuori 9 per il teatro di Cagliari. Qui Regione e Comune, con un grande sforzo, hanno stanziato 3 milioni di euro a testa, dunque servono altri interventi».
Un commento alle osservazioni di Spera arriva anche dal fronte sindacale, da parte di Roberto Conti, segretario dello Snater. «Facciamo chiarezza: un conto è la struttura meccanica del teatro, e qui si può discutere affinchè funzioni in modo più efficace, un altro conto sono coloro che consentono il perpetuarsi della cultura lirica. In questo senso ricordo che i lavoratori che lavorano al Carlo Felice sono “nati” con la legge 800, che aveva ed ha l’obiettivo di preservare un genere musicale che l’Italia esporta in tutto il mondo e che è il solo settore in cui si utilizza universalmente la nostra lingua. La lirica è la punta di diamante della cultura».
«Qui non si tratta – prosegue Conti – di sottrarre nella programmazione del Carlo Felice serate dedicate alla lirica, ma di aggiungerne altre riservate a diversi generi musicali. Tenendo sempre presente, però, che il teatro è nato per la lirica. Questo non vuole dire guardare con snobismo al jazz o al rock, anche perchè sarebbe assurdo lo facesse la lirica, che in passato è stata popolare nel senso più pieno della parola. A proposito: l’obiettivo dovrebbe essere quello di farla ritornare ad essere ascolatata da tanti cittadini. In questo senso assieme ad altri sindacati ci stiamo battendo per svolgere delle esibizioni fuori dal Carlo Felice, nel resto della regione».
(Articolo pubblicato sul “Corriere Mercantile” in data 21-10-2009, pag. 11)
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